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La riflessione estetica sulle mutazioni della danza.

 
 
Il numero 35 della rivista di studi culturali e di estetica Àgalma (Mimesis Edizioni, 128 pagine, 14 euro), inaugura un nuovo corso dopo la scomparsa del fondatore, il filosofo astigiano Mario Perniola, spentosi a Roma all’inizio dell’anno. Affidato alla direzione di Luigi A. Manfreda affiancato dalla figlia Ivelise Perniola è curato dalla sorella Angì Perniola e da Caterina Di Rienzo.
Questo numero è dedicato alla danza, tra le arti performative quella che maggiormente sta conoscendo
trasformazioni concettuali senza godere della stessa attenzione di altre forme d’espressione. Lo riconosce Caterina Di Rienzo, danzatrice e ricercatrice universitaria: «La danza studiata e analizzata, non è ancora sufficientemente riconosciuta nel suo statuto teoretico, mentre per altro verso essa si sta affermando come uno dei fenomeni artistici più innovatici e interessanti della scena internazionale ». La rivista si apre con un saggio d Michel Bernard del 2001, «Della corporerotà come “anticorpo” o de sovvertimento estetico della categoria tradizionale di “corpo”».
Seguono i saggi «Pensare il corpo danzante» di Alessandro Pontremoli, «La danza fuori-testo» di Stefano Tomassini, «La danza, piccolo atto di morte» di Caterina Di Rienzo, «L’ultimo velo, Nudi e nudità in danza» di Elena Cervellati, «Uno specchio a forma di imbuto» di Fabrizio Andreella, «Danza e pensiero» di Simona Lisi e «Fra azione e pensiero» di Elena Viti. Viene anche riproposto un saggio di Gillo Dorfles «Autonomia della danza» apparso su Aut-Aut nel 1951.

Carlo Francesco Conti in La Stampa, 19 luglio 2018

Sociologa israeliana presenta manifesto su erotismo e parole

La rivista «Ágalma», diretta dal filosofo astigiano Mario Perniola, si pone da sempre sui confini fra studi culturali e di estetica. Significativo quindi che il numero 30, «Erotica, antierotica» (Mimesis, 123 pagg. 14 euro) si apra con uno scritto della sociologa israeliana Eva Illouz dal titolo «Contro il desiderio. Un manifesto». Dove il desiderio e la relazione di coppia sono letti alla luce del «capitalismo emozionale». Come fa notare Perniola, l’approccio al tema passa attraverso un ampio spettro di significati del termine «desiderio», e in un mutato panorama socio-emotivo in cui «Il posto della letteratura è stato preso dalla comunicazione, la quale attraverso interviste giornalistiche, reportage, autobiografie, blog, e social network ha dato a tutti la possibilità di parlare a ruota libera di se stessi, dei propri pensieri, desideri, aspirazioni, col risultato che tutta questa centralità del soggetto desta una minima attenzione solo a condizione di rivelare particolari scandalosi e piccanti sulla propria vita intima». Un’epoca, inoltre, in cui «il posto di Dio, della storia, della collettività, è stato preso dall’io». Ricco di spunti il contenuto della rivista. Oltre al manifesto di Eva Illouz, si trova un commento al pensiero della sociologa di Enea Bianchi, seguito da interventi di Aldo Marroni sulle strategie estetiche e corporali dell’eros, di Emiliano Ranocchi sulle avanguardie degli Anni ’20, Alberto Martinengo su Meister Eckhart, Kristin Sampson sulla corporeità nell’antica Grecia, di Arild Utaker sulla negazione del corpo. Completano il menù i saggi di Massimo Donà su arte e disincanto estetico e di Hevroy e Ohldieck sul pensiero di Deleuze e Perniola.

Enzo Armando in La Stampa, 11 febbraio 2016

 

 

È stato presentato nelle scorse settimane a Roma il nuovo numero di “Ágalma”, periodico semestrale di studi culturali e di estetica fondato dal filosofo astigiano Mario Perniola, attuale direttore, già docente di estetica presso l’Università romana di Tor Vergata e all’ateneo di Torino. Mario è il fratello di Angì Perniola, caporedattrice di “Ágalma” e fino alla pensione insegnante all’Istituto “Giobert” di via G. Roreto: «Ogni uscita di “Ágalma” – ci spiega la professoressa Perniola – ha carattere monografico e il 29esimo numero pubblicato, l’ultimo in ordine di tempo, è dedicato all’argomento degli autoinganni e delle autofinzioni e ospita i contributi di alcune delle maggiori personalità del mondo culturale ed accademico internazionale. Stavolta si parte da un testo che funge da fil rouge per l’intera pubblicazione ed è dello scrittore e critico Serge Doubrovsky che affronta “L’origine della categoria letteraria di autofinzione” mentre lo storico dell’arte Miki Okubo scrive de “La fine del diario intimo. Dall’antico Giappone a Twitter”. Da segnalare anche il contributo dello storico e docente di letteratura italiana Fabio Scrivano che tratta dell’“ossessione di esserci. Gli autoinganni nell’autofinzione” analizzando tematiche di stretta attualità come il famigerato selfie, da lui stesso definito come una delle forme più alla moda di rappresentazione del sé». Pubblicata dall’editore Mimesis di Milano, la corposa rivista accademica, fondata nel 2000, vanta prestigiose collaborazioni non solo di autorevoli docenti e studiosi italiani e stranieri ma anche di brillanti neolaureati e dottorandi di ricerca. Sulla pubblicazione, oltre ai contributi sull’argomento principale, trovano spazio anche discussioni, interviste e recensioni su una vasta sfera di problematiche della riflessione filosofica occidentale e non–occidentale.

“La Nuova Provincia”, 30 giugno 2015

 

 

E non ci sono nemmeno più i divi di una volta.

E non ci sono nemmeno più i divi di una volta. Quelli che il carisma non sai bene cos’è – anche perché va bene il paese che non ha bisogno di eroi, ma il democraticismo della sinistra ha preteso infine di piallare persino l’avvenenza -, quelli che andavi al cinema e ti costringevano a chiederti cosa ci fosse dentro quegli occhi, in quel modo di tenere la sigaretta (dio!, la sigaretta! in galera!).
Se ne scrive nel numero 22 (“Divismo/Antidivismo”) della rivista di Estetica “Àgalma” diretta da Mario Perniola, filosofo fra i pochissimi davvero interessanti della cultura italiana, del quale abbiamo più volte parlato sul Paradiso (e intervistato). I saggi sparsi nel periodico (è un semestrale, edito da Mimesis) ruotano soprattutto intorno al mondo del cinema, e si capisce, peraltro con un pendant politico che si spiega e giusitifica almeno dai tempi di Ronald Reagan.
L’assunto dell’editoriale di Perniola sollecita tangenzialmente la lettura delle brevi ricerche ivi contenute, tirando le somme di un processo argomentativo partito da Marx, il quale agognava un mondo in cui la sparizione della divisione del lavoro avrebbe favorito la possibilità di essere artisti tutti – e, meno pacifico il suo caso, di Lautréamont, poeta agli albori del simbolismo, secondo cui “la poesia deve essere fatta da tutti non da uno”. Così passando per Dada, Andy Warhol e i social network, siamo giunti, scrive il filosofo, “nell’ultima fase del populismo, quella divistica”.
Il che vuol dire sostanzialmente che divo può esserlo chiunque e perciò più nessuno nel senso classico cui ci aveva abituati il ‘900 (diciamo fino agli anni Settanta). A ciò non è estraneo il trionfo dell’anti-intellettualismo (a tal punto che è di moda fra molti che scrivono-pubblicano il facile esercizio retorico di dichiararsi anti-intellettuali). Che consiste in un atteggiamento di sufficienza verso i saperi più organizzati e legittimati da uno studio approfondito e dalla qualità della ricerca. In Italia (e varrebbe la pena di leggersi il volumetto che Perniola gli ha dedicato recentemente, Berlusconi o il ’68 realizzato, presso lo stesso editore) “la confusione fra autoritarismo e autorevolezza, l’individualismo senza freni, l’ostilità verso la vera grandezza”, ossia le non troppo parallele convergenze fra l’incultura del capo di Mediaset e il fallimentare lascito del ribellismo fine a se stesso, hanno portato fra l’altro non a un acuirsi estremo del senso critico, ma a innescare in ognuno di noi la domanda fatidica “perché lui sì e io no?”. Scompaginando alla cieca ogni criterio per, non diciamo misurare, ma approssimare il vero valore di una cosa, in nome di una malintesa uguaglianza e del diritto di “essere qualcuno” anche non sapendo essere/fare alcunché: in luogo di una Marilyn che non c’è più, va bene una qualunque sgallettata purtroppo uscita viva dall’isola dei famosi imbecilli.
Il fatto è che tutti “si esprimono”, da noi, cioè tutti spremono dalle proprie cavità il lavorio delle proprie interiora, convinti che gli altri non vedano l’ora di rallegrarsene – e non si capisce perché. Gli italiani sono un popolo di attori, diceva Orson Welles, uno che se ne intendeva, ma conoscere il mestiere – fosse anche quello indecidibile di affascinare il mondo – oggi è un’aggravante, per cui, diamogli dentro con le patacche. Ora, è proprio questo esito avvilente a problematizzare il punto di vista dell’articolo iniziale, a opera di Veronica Pravadelli, teso a ribaltare la vecchia prospettiva di Morin e Marcuse per i quali il divismo sarebbe solo il risultato di un lavoro industriale costruito su misura. Se in alcuni casi il carisma di queste divinità moderne è stato in grado di produrre mito per forza intrinseca, è difficile confermarlo per le nullità da prima serata raiset. Dalla fascinosa Clara Bow a Sabrina Ferilli. Da Gary Cooper (articolo di Maria Paola Pierini che mostra come l’elusivo attore si svincolasse dalle immagini che la Paramount tentava di cucirgli addosso) Favino, uno che aggrava la sua posizione ogni volta che apre bocca. Così, latitando il fascino di attori e attrici, la si butta in politica – al solito, gli italiani sentendo il bisogno di seguire gli americani nel peggio (e la nostra storia dovremmo conoscerla). Ma se l’appeal di Obama lo hanno a suo tempo fabbricato sui modi e il passo di Denzel Washington, il vecchietto di Arcore chi s’è dato come modello? Se stesso, ovvio, giusta la teoria della star strategy rievocata nel saggio di Cristina Jandelli: è la marca che si trasforma in star. Berlusconi avrebbe potuto chiamare le sue aziende con il proprio nome, non gli avrebbe nociuto neanche un po’. Perché Berlusconi è stato la sua azienda. E la sua azienda quella che ha eletto la mediocrità a sistema, che ha permesso ai mediocri orgogliosi di esserlo, di “esprimersi”. Di farsi divi di se stessi e dei propri simili persino migliori d loro. A ogni epoca, le star che merita.

Michele Lupo in Paradisodegliorchi, 2012

 

 

Scrittori o scriventi?, n.23 

Il nucleo tematico che dà il titolo ad Ágalma nasce dalla riattualizzazione di un testo che Roland Barthes compose nel 1960, Scrittori e scriventi, una sorta di micrologia critica sull’«istituzione letteraria» (francese) che, attraverso l’analisi dei due termini, tenta di avviare una «sociologia della parola», di riflettere sulla funzione della scrittura nel sistema collettivo, sulle forme di libertà e di potere proprie ai «detentori» della lingua o, per dirla con Bourdieu, del «capitale» del discorso.

Muovendo dal dato che scrittore e scrivente siano due categorie storicamente collocate – la prima, imperante dal XVI al XIX secolo, e la seconda, apparsa dalla fine del XVIII secolo – Barthes ne traccia un’anatomia teorica, fino a declinare la questione in una nuova tipologia comparata: lo «scrittore-scrivente». L’analitica su cui fonda questa sintesi è la seguente. Scrittore è un sostantivo in cui scrivere non è azione transitiva, ma gesto, lavoro immanente alla struttura della parola, rigidamente segnato da regole compositive, senza altro fine che la parola stessa. Lo scrittore è un uomo che vive in un’ontologia del linguaggio, il suo essere si confonde con quello della lettera, non perché egli sia mera idealità – anzi detiene il monopolio di un’istituzione riconosciuta, la letteratura – quanto perché la sua è una funzione che non parla di qualcosa, che non scrive su qualcosa, ma esprime la pura forma letteraria, digerita dalla società come materia sacra, distanziabile se necessario. Per effetto di un paradosso semiologico, tuttavia, sulla soglia della tautologia, lo scrittore arriva, pur se indirettamente, a una mediazione col reale, a un’epistemologia della domanda sulle cose, che però non si fa dottrina o chiarificazione del mondo ma inaugurazione della sua ambiguità. Al contrario, lo scrivente, assimilato all’intellettuale, appartiene alla famiglia dei verbi transitivi, esempio di una parola chiarificatrice e engagée. Egli vive di un vitalismo del pensiero che mira a trasmettere materia concettuale mediante il veicolo della lingua. Lo statuto sociale del suo prodotto culturale non è facilmente acquisito/acquistato dalla collettività, forse perché privo della genealogia illustre del logos. Ma, alla resa dei conti, il rischio di uno «scandalo» della parola, nell’uno come nell’altro caso, finisce per essere ugualmente normalizzato e riassorbito dalla società nel suo insieme.
Il ragionamento sbocca infine sul nuovo detentore della lingua, lo «scrittore-scrivente», cifra della fragilità storica osservata da Barthes in cui la separazione delle identità non tiene più, producendo un «tipo bastardo». Nuova frontiera antropologica, dove la parola, ormai radicata nel milieu dell’intellighentia, rivela ancora un paradosso tra istituzione e libertà: presa in cura dallo scrittore, alimenta l’illusione dello scrivente di una pura significazione concettuale, senza commistione col linguaggio. Un meccanismo discorsivo che ha un suo «rito» sociale complementare nell’atteggiamento ambiguo con cui la società esclude e reintegra, riconosce e distanzia questa nuova figura.
L’editoriale di Mario Perniola, direttore di Ágalma, riformula questo quadro epocale in un interrogativo che assume l’evolversi/involversi della scrittura nella parola digitale: Tutti scriventi, nessuno scrittore? Prevalente sembra lo scrivente, non più intellettuale che scrive per scuotere l’apatia della società, ma prassi scritturale mediata dalla rete, dove scrivente, potremmo dire, è spesso riduzione al solo participio presente del verbo scrivere. Da Barthes a Perniola, si entra dunque in una nuova sociologia della parola? Sicuramente, si dà una interessante ricollocazione dell’asse problematico, dove la domanda dello scrittore, Scrivere, scrivere perché?, si duplica, potremmo dire, in una domanda sul destinatario, Scrivere, scrivere per chi? Una questione amplificata dal web nella opposizione per tutti/per nessuno e che se da un punto di vista teorico rimanda all’alternativa tra ricezione e autonomia dell’opera, da un punto di vista comunicativo, chiama in causa la figura mediana, tra autore e lettore, dell’editore cui, secondo Perniola, occorre relazionarsi per far fronte agli snodi critici concernenti la diffusione della produzione culturale.
Le interpretazioni offerte dai contributi tematici propongono modelli di scrittura che attraversano il discorso barthesiano, lì dove l’ordine schematico delle categorie – scrittore e scrivente – si rompe nell’ipotesi storica di funzioni incrociate del linguaggio, questa volta non in direzione di una nuova fisionomia del soggetto scrittore (interessante al riguardo la prospettiva di Barthes ne La morte dell’autore), ma potremmo dire di un nuova semiologia dell’oggetto scrittura, aperto dall’interno a istanze extralinguistiche.
Ecco in breve un quadro dei nuclei affrontati.
La chose lacaniana è il centro teorico da cui Paolo Bartoloni ripensa la scrittura di I. Svevo ne La coscienza di Zeno, come un paradigma di forze conflittuali e irrisolte tra la lingua che comunica e la lingua che eccede la capacità rappresentativa del segno scritto. Fisico e meta-fisico, corpo e meta-corpo, il linguaggio-cosa è il percorso incompiuto della coscienza e della conoscenza nell’inconscio dell’opera e nell’opera dell’inconscio.
Lo «sradicamento» dell’uomo moderno e la solitudine dello «straniero» metaforizzano la condizione umana, in quanto desertificazione della possibile esperienza di sé e del mondo. Luigi Manfreda presenta due casi esemplari di scrittura novecentesca – S. Weil e G. Trakl – dove l’improprio, cioè lo smarrimento del soggetto, non è soltanto assunto dalla parola, ma è la parola stessa che si fa rivelazione di ciò che non è soggettivo.
Il rito all’origine della poesia, quale archetipo di una parola che si parla nel poeta e insieme proviene dal mistero stesso della sua incarnazione, è la chiave dell’opera di C. Campo, secondo Aldo Marroni che ne interpreta la scrittura come un percorso di «morte-rigenerazione», tensione alla perfezione e, in pari tempo, ritorno al suo passato originario.
Il silenzio, come significazione primaria capace di dare presenza a qualcosa solo producendone contemporaneamente l’assenza, è il modello di scrittura proposto da Andrea Gareffi.
Anselm Jappe considera il nesso parola-etica, parola-politica. È il caso di Céline, e del suo genio letterario, a fare da modello ideologico per una parola che si autonomizza dalle cose in vista di una seducente e violenta rapsodia di lettere, simile a una dittatura che si propaganda in «video».
Una “storia degli effetti” del mito di Orfeo, riscritture e reinterpretazioni dell’icona del poeta intransitivo che fa vedere il mistero delle cose. È la linea storiografica attraverso cui Simona Cigliana arriva a una lettura della crisi della parola poetica rilanciando, da Barthes e oltre Barthes, la vigilanza critica del linguaggio, la sua funzione militante di interprete non del segreto della condizione umana, ma del senso dell’esperienza letteraria.
La danza priva di logos è metafora di una poesia nuova in S. Mallarmé e di una poetica delle azioni umane in P. Valéry. È il nucleo del testo di Caterina Di Rienzo che giunge all’ipotesi di un linguaggio della danza prossimo alle categorie di una scrittura pura, di una scrittura senza soggetto.
Da ultimo, ma non per ultimo, la rivista comprende una sezione di scritti non tematici che in questo numero ospita i notevoli saggi di Francesco Marroni, L’ultima Soglia: Thomas Hardy e il volto del tempo; di Fabrizio Scrivano, La morte è finita! Strategie letterarie per eludere la fine dei corpi e di Pedro Sargento, Le sospensioni di un movimento. Che fine ha fatto il Futurismo? Le interessanti recensioni che concludono il numero sono di: Silvia Antosa a L’arte dei simulacri di Aldo Marroni; di Francesca Fazio Melisi a La distanza del cielo. Leopardi e lo spazio dell’ispirazione di Alessandro Carrera; di Enea Bianchi a Sette lezioni di vita: sopravvivere alla crisi di Jacques Attali; di Milosh Fascetti a La misura italiana dell’architettura di Franco Purini.

di Caterina Di Rienzo (2012)

 

Il discredito politico degli intellettuali nel nuovo numero di «Agalma»

«La Repubblica non ha bisogno di sapienti». Si apre con questa frase il quindicesimo numero di «Agalma» (Mimesis, pagine 140, euro 14), il semestrale diretto da Mario Perniola interamente dedicato alla crisi e al conseguente discredito politico degli intellettuali. Attribuita a Jean-Baptiste Coffinhal – il presidente del tribunale rivoluzionario che nel 1794 condannò alla ghigliottina il chimico Antoine Laurent Lavoisier – la citazione appare particolarmente indicativa di un clima che sembra preludere a una definitiva liquidazione della «cultura», intendendo con questo termine spesso abusato la «somma» di manifestazioni umane che non rivendicano per sé alcuna validità coercitiva. Senza una società votata alla cultura, osserva Perniola, il sistema degenera in una lotta continua di religioni, di lobbies e mercato. Ricca di analisi e di spunti, «Agalma» ospita gli interventi di Pier Paolo Poggio, René Capovin, Iain Chambers e Carsten Juhl dedicato al rapporto conflittuale e spesso violento fra intellettuali e popolo nel corso del Novecento. Al discredito degli intellettuali nel campo della letteratura sono invece dedicati i saggi di William Marx, Isabella Vicentini e Raul Mordenti.

«Il Manifesto», 17 luglio 2008

 

 

Il fenomeno del “divismo” si accompagna da diverso tempo a quello dell’ “antidivismo”, relativo alla capacità critica di decostruire e interpretare le strutture profonde (sociali e psichiche) che consentono a un determinato oggetto o personaggio di farsi “divo”. Come detto, il tema è di incredibile attualità, specie nella nostra cultura mass-mediale, completamente assorbita dalla logica dello spettacolo e dove l’obiettivo di molti è ormai quello di mettersi in mostra, andare in televisione, farsi conoscere. Il confine tra spettacolo e vita rischia di svanire completamente, come da dieci anni a questa parte la diffusione dei reality dimostra esaustivamente.

Una delle riviste più attente ai fenomeni sociali contemporanei, che rinuncia alla spocchia tipica dello spirito accademico e che ritiene utile e indispensabile confrontarsi con eventi ed oggetti propri del nostro mondo, è Agalma, edita da Mimesis e diretta da Mario Perniola, uno dei nomi più importanti della filosofia italiana. Agalma, rivista semestrale di studi culturali e di estetica, ha già oltre 10 anni di attività alle spalle, e dedica ciascun numero a un tema che viene affrontato in maniera interdisciplinare, sempre nell’ambito dell’estetica e dei cultural studies. L’ultimo numero (22) è intitolato proprio Divismo/Antidivismo.

Torniamo all’argomento, ovvero al valore che la pratica del divismo ha assunto nella nostra società; a tal proposito, il titolo dell’editoriale di Perniola è illuminante: Tutti divi, nessun divo. Se questo sembra uno slogan azzeccato per capire i tempi che ci caratterizzano, è anche vero che il divismo nasce, come detto, molto tempo fa, ed è cambiato notevolmente; non a caso, la rivista dedica diversi studi proprio a fenomeni di divismo che però affondano le radici nel cinema e nella cultura di un tempo ormai lontanissimo.

Alessandro Alfieri in PrismaNews, 21.05.2012

 

 

 

Convegno “La destituzione politica degli intellettuali”, 19-20 Ottobre 2007

L’epoca degli intellettuali inutili Oggi e domani filosofi e sociologi a confronto in un convegno all’università di Tor Vergata sulla destituzione politica delle figure dell’impegno Quando nel 1794, condannato a morte dal tribunale rivoluzionario, Antoine Lavoisier chiese un rinvio dell’esecuzione per portare a termine un esperimento di chimica, si sentì rispondere dal vicepresidente del tribunale Jean-Baptiste Coffinhal con una frase divenuta poi celebre: «La République n’a pas besoin de savants…», «la repubblica non ha bisogno di intellettuali». Nessuna sorpresa allora che le parole di Coffinhal siano state poste in esergo al programma di un convegno internazionale sulla «destituzione politica degli intellettuali» che si tiene oggi e domani a Roma, all’università di Tor Vergata e a cui partecipano fra gli altri Dieter Lesage, William Marx, Carsten Juhl e Iain Chambers. Ad aprire i lavori della prima giornata sarà Mario Perniola che dell’incontro è stato l’ideatore e che da tempo sulla rivista «Ágalma» ha avviato una serie di riflessioni sull’evolversi (o involversi) del ruolo dell’intellettuale, dedicando fra l’altro l’editoriale dell’ultimo numero all’eclisse della figura dell’outsider in una società come è quella dei consumi, dove l’acquisto di un bene culturale conta di più della sua fruizione. Intorno alla attuale deriva populistica che si nutre di un risentimento viscerale nei confronti degli intellettuali, anzi di una vera e propria rabbia nei confronti del mondo simbolico, Perniola articolerà invece il suo intervento di oggi, trattando un tema che verrà ripreso anche da Dieter Lesage dell’Erasmushoge School di Bruxelles. Secondo Lesage, infatti, il populismo imperante, nel momento in cui impone che le cose siano semplici e chiare, restaura tutte le opposizioni binarie, e finisce per individuare l’«alieno» proprio nell’intellettuale. Da parte sua William Marx, dell’Institut Universitaire de France, osserverà come la letteratura viva da un secolo sotto il regime dell’anacronismo, non sentendosi più in sintonia né con la società, alle cui aspettative non crede più di riuscire a rispondere, né con se stessa, e con le proprie aspirazioni. Decade dunque l’intellettuale «legislatore» ed emerge a suo posto quello che Corinne Maier in un recente pamphlet Intellettualoidi di tutto il mondo unitevi (Bompiani 2007) ha definito appunto l’intellettualoide, pronto a dire la sua su tutto e tutti dalla poltrona di uno studio televisivo. Intimamente conformista, come ha sottolineato anche Frank Furedi in Che fine hanno fatto gli intellettuali? (Raffaello Cortina 2007), questo triste tuttologo è molto lontano dal rappresentare la voce consapevole e critica di cui la società ha oggi più che mai bisogno.

” Il Manifesto “, 19 Ottobre 2007

 

 

Giunta al suo tredicesimo numero, «Agalma» (pp. 128, euro 14), la rivista diretta da Mario Perniola per l’editore Meltemi, affronta una serie di temi legati a quella che, con Pierre Bourdieu, si potrebbe definire una «economia dei beni simbolici». Quando è successo, chiede Sarah F. Maclaren in uno dei saggi ospitati da «Agalma», che in Italia diventasse un bieco luogo comune il disprezzo di artisti e uomini di cultura nei confronti della materialità delle opere d’arte e, di conseguenza, della manualità che, a monte, il processo creativo comporta? La breve stagione dell’artigianato artistico moderno italiano, che si era affermato col liberty – scrive Maclaren – cessò con il sostegno decisivo della politica culturale del fascismo, che promosse il design e la produzione industriale in serie, a detrimento del piccolo artigianato artistico.
La scelta di dedicare il numero della rivista alla manualità è nata, osserva Pemiola nell’editoriale di apertura, da una serie di riflessioni e considerazioni di ordine storico e critico, ma anche dal tentativo «pratico» di offrire una risposta convincente al quesito formulato dalla Maclaren. II fatto che una rivista di taglio prettamente filosofico si occupi della questione della manualità non è, ovviamente, da considerarsi un vezzo. La produzione delle idee e delle teorie, osserva Pemiola, «resta in effetti un lavoro per eccellenza artigianale», mentre i «think tanks dei governi e delle multinazionali non producono più nemmeno apparati ideologici, ma solo bolle speculative culturali». Fra i contributi ospitati dalla rivista, si segnalano quelli di Giuseppe Patella, autore anche del volume «Estetica culturale» (Meltemi, pp. 167, euro 16) e Alfonso M. lacono.

Agalma tra i manufatti, “Il Manifesto” 7 luglio 2007

 

 

“Un journal agile e semestrale, con saggi brevi e non criptici. Un’ottima sezione di recensioni affronta criticamente le pubblicazioni recenti, “sforando” volentieri nel cinema e nella letteratura…”

Marco Enrico Giacomelli,  Exibart,  n. 22, maggio-giugno 2005

 

 

“Al concetto di Ukiyo, mondo fluttuante e altre sue implicazioni storiche, filosofiche e scientifiche è dedicato il n.6 della rivista Ágalma, pubblicata sotto la direzione di Mario Perniola, uno dei maggiori studiosi di estetica di Europa”.

Silvia Pecoraro, Il Messaggero, 7 febbraio 2004

 

 

“ Una rivista elitaria, che troppo pochi conoscono ”:

Gillo Dorfles, Intervista  con Almerico de Angelis,  in “Modo”, n.. 236, maggio-giugno 2004

 

 

“Dell’Ukyio si è parlato a Roma il 22 e 23 febbraio 2003 nell’ambito di un convegno internazionale organizzato dalla Fondazione Adriano Olivetti, dall’Istituto giapponese di cultura e dall’Università degli studi Tor Vergata (cattedra di Estetica) ed è il quinto di una serie di incontri internazionali sull’estetica applicata, a cui hanno preso parte studiosi ed esperti di fama internazionale.”

Tiziana Sforza, UKIYO, Un mondo fluttuante, 2003

 

 

 

“Una rivista in cui i Cultural Studies vengono utilizzati per la loro capacità di colmare la distanza tra sapere umanistico e società contemporanea. L’estetica si identifica con la critica della cultura, o meglio delle culture”

Mauro Trotta, Per una grammatica del mercato in  “Il Manifesto”, 11 luglio 2002

 

“Si discute di capitalismo e  globalizzazione, di identità e di modelli culturali, di musica e di arte, di moda e di lusso nelle pagina di Ágalma, la rivista semestrale diretta da Mario Perniola: Ospita scritti di Luc Boltanski, Franco Crespi, Gillo Dorfles, Giulio Ferroni, in gran  parte contributi al convegno “Modi e mode. Comodi e rimedi”.

“La Stampa”, 19 ottobre 2002

 

 

“ Mode e modi, comodi e rimedi.  Non è un gioco di parole, anche se il punto di partenza è una parola modus, che in latino vuol dire “misura”, e dalla quale derivano i termini sopra citati: Questo è l’argomento centrale  affondato dal terzo numero della rivista Ágalma”.

Francesca De Sanctis, Usi e significati della parole modus e dei suoi derivati, in “L’Unità”, 21 giugno 2002

 

 

 

“Abbattere le vecchie barriere tra umanisti e scienziati. Dibattito internazionale all Università di Roma Tor Vergata con Bruno Latour”.

Alberto Di Maio, La cultura genera la natura, in “Il Tempo”,  22 febbraio 2002

 

 

Ágalma  fa degli studi culturali il proprio vessillo nell’intento di salvare lo scibile umanistico dal proprio isolamento per trarlo in un terreno di confronto con le sollecitazioni della tecnoscienza, quell’insieme di scienza tecnica e industria che domina la società occidentale e che ha come epifenomeni le cosiddette culture giovanili, il pensiero femminista, il multiculturalismo, epifenemeni che gli studi culturali vogliono rendere parte strutturante del sapere contemporaneo: Recita il sottotitolo l’accostamento tra studi culturali ed estetica e questo in nome della comune sovrabbondanza: gli uni travalicano l’orizzonte ormai angusto di un sapere isolato ed omogeneo, così come l’estetica mantiene il carattere a lei proprio di esperienza del limite, né conoscitiva né morale, esperienza fortemente allusiva, sensibile e simbolica.
Ágalma vuol essere un tentativo di portare il nuovo, il diverso nel seno dell’istituzioni universitaria, pur soffrendo delle difficoltà legate all’utilizzo di linguaggi specialistici in ambiti che non gli sono di natura propri: una sfida, una scommessa di cui il risultato si attende”

Elisabetta Buhne, Democratizzazione del sapere, in “La Rivisteria”, n. 99, settembre-ottobre  2000

 

 

 

“Il tono degli interventi [del Convegno Il Lusso, oscuro oggetto del desiderio] non avrebbe potuto essere più variegato vista la partecipazione di filosofi, designer, sociologi, semiotica, antropologi e teorici della comunicazione”.

Antonio Debenedetti, Come è cambiato il concetto di lusso dal ‘700 a oggi. Il dandy ucciso dal consumismo,  in  “Corriere della Sera”, 24 ottobre 1999

 

 

“Del fascino discreto delle merci si parla alla Sala Borromini, in Piazza della Chiesa Nuova in un convegno che riunisce critici, progettisti, studiosi di sociologia e filosofia per un confronto tra estetica e marketing sul regime comunicativo degli oggetti. Pesi massimi (il primo a intervenire è il sociologo francese Jean Baudrillard) chiamati a rintracciare i fili che legano il successo del piercing al richiamo irresistibile delle cose, il concetto di osceno alle sottigliezze metafisiche della merce, la pubblicità all’impegno sociale, il corpo al desiderio, e forse anche a quello spot  censurato a furor di popolo, che utilizzava Lady Diana, o meglio una sua sosia per pubblicizzare un’automobile sud coreana a prova d’urto”.

Roberta Chiti, Il prezzo del corpo, in “L’Unità”, 6 maggio 1998

 

 

“Corpi come oggetti, e nello stesso tempo oggetti che sembrano trasformarsi lentamente, animandosi di vita propria, oggetti che fanno parte della quotidianità, oggetti che amiamo e oggetti che ci schiavizzano: è una realtà che ci appartiene, ma di cui spesso non ci rendiamo conto. Sociologi, filosofi, progettisti e teorici della comunicazione, tra cui Jean Baudrillard, Paolo Fabbri, Ugo Volli e Giovanna Borradori, si confrontano sull’utilità della bellezza del prodotto nell’era della globalizzazione”.

Caterina Maniaci, A Roma convegno sulla nuove estetiche. Il diktat dei nostri tempi: essere belli ad ogni costo,  in “La Discussione”, 8 maggio 1998

 

 

“Jean Baudrillard parla di design  e comunicazione nell’era del digitale al convegno romano Il fascino discreto delle merci. Mario Perniola Anna Camaiti, Hostert, Giovanna Borradori delienano tre percorsi incrociati del sentire artificiale”.

Arianna Di Genova, La merce nell’epoca del feticismo radicale, in “Il Manifesto”, 9 maggio 1998